La mia storia
Mi chiamo Deborah, ma su questi sentieri e su Instagram/ Facebook /Tik Tok mi trovi come @inwatertrailsandmore @walktowaterplaces e @deborah_mascarin
Creo contenuti outdoor nei quali la natura non è soltanto uno sfondo da cartolina, ma un luogo che cura, accoglie e aiuta. Almeno per me è stato così.
Prima di ricominciare
Fin da piccola ho frequentato la montagna, tra campi scuola, colonie e vacanze in tenda con i miei genitori.
Crescendo, però, l’ho abbandonata per altre priorità: lo studio e il lavoro, che per molti anni ha occupato anche i miei fine settimana.
La mia storia in montagna non nasce da una passione, ma da un limite.
A un certo punto il mio corpo ha smesso di seguire ciò che avrei voluto fare. Sono arrivati interventi chirurgici, dolore, giornate nelle quali anche le cose più semplici diventavano difficili e problemi che da fuori non si vedevano.
La montagna, all’inizio, non era un sogno. Era una domanda:
Posso andarci?
Non come prima. Non velocemente. Non in modo perfetto. Ma a modo mio.
Ho ricominciato a camminare
Ho ricominciato a camminare per guarire.
La natura è diventata la mia medicina, la mia ribellione e la mia terapia. Ho scelto la montagna per ritrovare un ritmo che fosse veramente mio.
Ogni passo è diventato un atto di resistenza. Ogni salita, un modo per non cedere alla rassegnazione.
All’inizio erano piccoli tentativi: luoghi semplici e strade che potevano sembrare poca cosa. Poi ho capito che non erano meno. Erano soltanto diversi.
Ho iniziato a scegliere posti nei quali potessi stare, non dimostrare.
Ho imparato a fermarmi e a tornare indietro senza viverlo come una sconfitta. A non sentirmi fuori posto soltanto perché il mio corpo aveva tempi e possibilità differenti.
Il limite non era scomparso. Ero io che avevo iniziato a guardarlo in un altro modo.
Ogni passo è diventato un piccolo traguardo. Ogni escursione una conquista mentale e fisica, anche quando per me non era affatto semplice come poteva sembrare dalle immagini.
Walk to Water Places nasce da questo passaggio. Non dalla forza, ma dall’adattamento. Non dal “ce la fai sempre”, ma dal “trova il tuo modo”.
Non è solo Natura. E' possibilità. La possibilità di andarci davvero, a modo tuo, ma con rispetto e consapevolezza.
E se lo è stato per me, forse può esserlo anche per qualcun altro.
Il 2026: fermarmi ancora
Poi è arrivato il 2026, un anno che mi ha costretta nuovamente a fermarmi.
Una voluminosa e dolorosa ernia che comprimeva il nervo sciatico, ha limitato sempre di più i miei movimenti e, il 29 aprile, ho affrontato un intervento alla colonna. Speravo che dopo l’operazione il recupero fosse più semplice, ma non è stato così.
Sono arrivati altri mesi di dolore, terapie, paura e giornate nelle quali anche camminare, stare seduta o compiere un movimento normale poteva diventare difficile.
Il mio corpo ha imposto ancora una volta i suoi limiti, i suoi tempi e le sue pause, fino al riconoscimento di un’invalidità dell’80%.
Ho avuto paura di perdere tutto ciò che ero riuscita lentamente a riconquistare.
Eppure, proprio durante uno degli anni peggiori della mia vita, i luoghi che avevo filmato e raccontato hanno raggiunto centinaia di migliaia e milioni di persone.
Quei numeri non hanno cancellato il dolore e non hanno trasformato la mia vita in una storia perfetta. Mi hanno però dimostrato che ciò che avevo costruito possedeva un valore e che il mio modo di osservare e raccontare i luoghi riusciva ad arrivare agli altri.
Perché cerco luoghi diversi
Non parto da una condizione perfetta. Il mio corpo ha limiti, tempi e pause. Ci sono giorni nei quali non riesce a seguire quello che vorrei.
Questa è la parte che spesso, guardando una fotografia o un video, non si vede.
Convivo con un’invalidità e porto il peso di interventi chirurgici e difficoltà invisibili.
Per questo ho iniziato a cercare luoghi diversi.
Posti dove non serve dimostrare niente, dove puoi fermarti, andare piano e sentirti comunque nel posto giusto.
Mostro i sentieri d’acqua e i riflessi che calmano l’anima, ma anche le crepe, le salite e le giornate storte. Le verità scomode.
Non faccio contenuti perfetti: faccio contenuti veri.
Parlo a chi vive la montagna con pause, fiato corto o dolori invisibili. A chi ci arriva lo stesso, con le proprie forze.
A chi non si riconosce nei corpi da copertina, ma sa riconoscere la potenza di un tramonto.
Mostro la bellezza che si può raggiungere anche quando fanno male i piedi o la schiena, quando si è intolleranti al lattosio o celiaci e non si può mangiare al rifugio, quando si attraversa una brutta giornata o si è appena pianto prima di accendere la videocamera.
Mostro che anche chi cammina lentamente, ma non si arrende, ha diritto alla meraviglia.
Mi rivolgo a chi ha bisogno di riconoscersi, a chi vuole sapere che non è solo nel camminare con fatica e a chi ha bisogno di sentirsi dire:
"Anche tu meriti un posto tra i sentieri."
Questo non è un profilo motivazionale: è un progetto di resistenza.
Un piccolo rifugio in salita, dove nessuno ti chiederà quanti chilometri o quanto dislivello hai percorso, ma soltanto se vuoi fermarti a respirare.
Scrivo anche per chi non si sente rappresentato dai modelli perfetti e dalle frasi vuote come “viaggia, tanto i soldi ritornano” oppure “il tempo non ritorna”.
Nessuno parte dalle stesse condizioni di vita. Non ogni limite può essere superato soltanto con la forza di volontà e non tutti possono partire senza preoccuparsi del denaro, del lavoro, della salute o delle persone che lasciano a casa.
Questo spazio è per chi cerca un modo più lento di vivere la montagna, vuole riscoprire il proprio territorio, ha bisogno di ritrovare forza e serenità o desidera semplicemente non sentirsi fuori posto.
Cammino da sola, ma non in silenzio.
Le persone mi chiedono perché sono sola
Perché la vita non è andata come speravo e, alla fine, mi ha lasciata così.
Non è una scelta glamour e non è un vezzo da outsider. È successo perché la vita mi ha tolto molto.
Ho perso mio padre per un cancro. Sono figlia unica. Ho subito interventi che mi hanno tolto gli organi riproduttivi e la possibilità di avere figli. Mia madre non guida e non può accompagnarmi nei luoghi che vorrei raggiungere.
Anche alcuni rapporti sono cambiati.
Alcune persone hanno smesso di esserci quando stavo male. Altre si sono allontanate in silenzio. Alcune non mi hanno mai chiesto se avessi bisogno di qualcosa e altre ancora mi hanno esclusa dai loro giri, forse convinte che da sola stessi meglio.
Alla fine ho scelto io: me ne sono andata prima che mi lasciassero ancora.
Non per orgoglio, questa volta, ma per sopravvivenza. Perché certe cose è meglio affrontarle da soli piuttosto che continuare ad aspettare chi non c’è e non c’è mai stato.
Faccio da sola
Realizzo personalmente ogni parte del mio lavoro: scelgo e studio i luoghi, organizzo gli spostamenti, fotografo, filmo, utilizzo il drone dove consentito, monto i video e scrivo i testi.
Non ho agenzie alle spalle. Non compro follower o visibilità, non pago pacchetti finti e non scavalco nessuno.
Non voglio fingere di appartenere a gruppi nei quali ci si scambia interazioni per obbligo, soprattutto quando poi le persone si ignorano e non sanno nemmeno chi ci sia davvero dietro a un profilo.
Ho costruito tutto lentamente e in modo organico.
Ogni follower spontaneo che decide di restare è un passo guadagnato.
Ogni condivisione e ogni salvataggio spontaneo sono il segno che ce la sto facendo e che qualcosa di buono sta arrivando agli altri, anche se la crescita è più lenta.
Continuando
Non so quanto diventeranno grandi questi profili.
So soltanto che ogni passo, ogni reel, ogni fotografia e ogni parola sono nati dal mio lavoro.
Li ho realizzati da sola, con le mie gambe, la mia schiena, i miei limiti e la mia fatica.
Ogni parola è anche un tentativo di riscatto.
Per chi è rimasto indietro.
Per chi non crede più in sé.
Per chi vive con una malattia invisibile e non ha nessuno che lo accompagni in cima.
Per chi ha bisogno di una voce che non faccia finta che sia tutto facile.
Se sei qui, forse anche tu stai cercando le stesse cose.
Grazie.